Proprio ieri parlavo con cordiali colleghi delle capacità dei luoghi di trasformarsi ed adeguarsi agli eventi. In tal senso si discettava del termine “resilienza” senza troppo riflettere sull’ambivalenza che esso implicitamente porta con se. La plasticità, e con essa il rimbalzo, propria di un materiale che si dice sia resiliente, porterebbe a pensare ad una sostanziale indeformabilità di ciò che tale risulti. Viceversa altri considerano ciò, la resilienza ovviamente, la capacità di accogliere e metabolizzare stimoli e azioni variamente subiti, modificandosi per ciò in modo proficuo. Poco conta cosa davvero possa indicare questa parola, nei fatti oramai antinomica. Quello che penso e vi dico è che ora che con le prime piogge l’autunno si affaccia, in una fugace scappata a cercare dei funghi, (da trovare anche solo in un piatto), nel luogo in cui ho passato un pezzetto d’estate ho compreso appieno il significato della resilienza dei luoghi: “abbarbicarsi ai ricordi”.
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domenica 15 settembre 2013
martedì 13 agosto 2013
sbadato riuso
La città, ma anche i paesi che
trasudano cittadine ambizioni, senza
volerlo ammettere, al pari delle morigerate famiglie della buona borghesia,
sanno come riciclare ogni cosa. Le pietre grezze, come il macinato d’avanzi, contribuiscono a robusti polpettoni edilizi
di sapore vernacolare. I fregi riattati e rimessi a modello saranno buoni per
la prossima stagione ed interi portali che
videro passare impenitenti e peccatori diventano parte di un anonimo e
rozzo fabbricato. Santo dio, ma
dove guardava la sovrintendenza, mentre
secoli di pietosa devozione si ottenebravano nell’intonaco?
![]() |
| berceto, parma: via romea di monte (verso il castello) |
Sia questo un solo caso preso ad esempio per dimostrare che nell’Italia
dei cento campanili (tra gli altri: http://www.urbanfile.org/blogs/2013/02/23/il-paese-dei
cento-campanili/ che saluto)
altro non si può dire che: “e lascia pur grattar dov’ è la rogna”. (il Cacciaguida
dell’Aligheri nel canto XVII del Paradiso)
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